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Things happen.

absc honked back 03 Apr 2025 17:57 +0200
in reply to: https://mastodon.bsd.cafe/users/cage/statuses/114274450957765847

@cage @macfranc @phastidio

Partiamo da un presupposto: hai soldi da spendere.

Bene, per servizi magari "non business critical", puo' aver senso dare l'infrastruttura fuori, incluso il cloud, mettendolo a bilancio come spesa ricorrente (pagandolo anche a consumo).

Il problema non e' il cloud in se' come soluzione, ma il risk assessment relativo a: "Dove sta il fornitore? Come sono le leggi del paese dal quale proviene? Che livello di rischio c'e' per i dati dei nostri clienti?". Ho semplificato, naturalmente, ma in questo caso non si tratta di un problema tecnologico, ma di questioni piu' politiche e legali, rispetto sia a dove fai business, che al tipo di business che fai.

Il cul-de-sac del management "mi paro il culo e vivo felice con il mio bonus", sta piu' qui, che nella tecnologia in se'.

Per dire: sono anni ed anni gli USA hanno preso una deriva oligarchica ed isolazionista, non solo ora. Un buon manager IT avrebbe iniziato a pensare di ridurre il rischio relativo molti anni fa.

Cosa che nessuno, nel fanstasmagorico management esistente di banche e compagnia, ha pensato di fare.

absc honked back 03 Apr 2025 17:46 +0200
in reply to: https://poliversity.it/users/macfranc/statuses/114274494794453250

@macfranc @cage @phastidio

Stupida provocazione: perche' sarebbe un male se gli incompetenti dovessero pagare il prezzo della loro incompetenza? Magari potrebbe essere la volta buona per qualche IT manager bravo davvero di emergere.

Solo una citazione: nel posto dove faccio consulenza, gli architect ed il management si stanno cagando addosso perche', dopo essere andati all-in con UN SOLO PROVIDER, stanno vedendo la spesa per il cloud rasentare cifre molto, molto oltre le previsioni e senza che alcun servizio core ci funzioni sopra.

Le arrampicate sugli specchi che sentiamo nelle call sono imbarazzanti.

Per il resto, hai descritto la mia normale vita lavorativa :)

absc honked back 03 Apr 2025 17:41 +0200
in reply to: https://poliversity.it/users/macfranc/statuses/114274531257264814

@macfranc @cage @phastidio

Qui sfondi una porta aperta su questo argomento: faccio consulenza IT presso istituzioni finanziarie e naturalmente, le dinamiche sono quelle che esattamente citi.

Io non saro' mai il "direttore di un reparto IT di una grande istituzione", perche' tendo a guardare piu' in la' del mio naso :).

In ogni caso, io spero vivamente che i vari management ed "architects" inizino a sentire il fuoco sul culo e che la loro incompetenza venga fuori.

Vendere l'anima ai diavoli di un solo paese, non e' mai stata una buona idea e mai lo sara'.

absc bonked 03 Apr 2025 15:48 +0200
original: uriel@keinpfusch.net

Ah, i Dazzi (pronuncia romagnola on).

Ah, i Dazzi (pronuncia romagnola on).

Sui giornali imperversa il solito refrain sui dazi, ma con mia grande sorpresa, nessuno sembra voler collegare due elementi cruciali – deliberatamente ignorati dalla casta degli economisti. Mi riferisco al nesso ineludibile tra il ruolo del dollaro come valuta globale e l’imposizione dei dazi stessi, un legame molto più profondo e significativo di quanto i paladini dell’ortodossia finanziaria vogliano ammettere.

Prima di analizzare un problema, bisognerebbe chiedersi: è davvero un problema? O piuttosto l’inevitabile conseguenza di una struttura materiale che funziona esattamente come dovrebbe?

Sì, gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale mostruoso con il resto del mondo. Ma questo non è un “errore” del sistema. È il sistema stesso.

Gli USA hanno speso decenni – e l’ultimo ringhio di Trump verso i BRICS, colpevoli solo di aver osato immaginare un’alternativa al dollaro, ne è la prova più recente – per cementare il ruolo del dollaro come valuta globale. E ci sono riusciti.

Il risultato? Quello che i giornali dipingono come uno “squilibrio” è in realtà il funzionamento previsto. Il deficit non è un incidente di percorso: è il pedaggio che il mondo paga per avere il dollaro come moneta di scambio. E finché questo non cambierà, ogni discussione sui dazi sarà solo un teatrino di superficie.


Il paradosso dell'impero: quando il deficit è il segno del dominio

È un fenomeno storico incontrovertibile: ogni impero che si rispetti impone la propria moneta ai vassalli e alle zone d'influenza. E ciò che segue è sempre lo stesso copione: un disavanzo commerciale mostruoso tra il centro e la periferia.

La Francia con Parigi, la Spagna con il fiume d'argento delle Americhe (che finì per affondarla nell'inflazione), l'Impero Britannico con la sterlina: tutti seguirono lo stesso schema. E oggi, gli Stati Uniti non fanno eccezione.

Ma come funziona, esattamente, questo meccanismo?

  1. Il circolo vizioso della moneta imperiale
    Quando un'impero impone la sua valuta, nascono inevitabilmente caste di cambiavalute – banchieri, intermediari, finanzieri – il cui unico scopo è facilitare il flusso della moneta del centro verso la periferia e viceversa. Negli USA, Wall Street non è altro che questo: un gigantesco sistema di scambio monetario al servizio del dollaro.

  2. Le merci seguono la moneta, non il contrario
    Dove vanno le merci? Verso la moneta, ovviamente. Se il dollaro domina gli scambi globali, le merci del mondo dovranno necessariamente fluire verso chi lo stampa. Il risultato? Un fiume di prodotti entra negli USA, mentre un fiume di dollari esce verso il resto del mondo.

  3. Il deficit non è un errore, è la caratteristica del sistema
    Questo squilibrio non è un incidente: è la prova che il sistema funziona. O meglio, ha funzionato. La moneta esce per comprare merci, e le merci entrano perché la moneta è desiderata. Il deficit commerciale americano non è un segno di debolezza, ma di controllo.

Conclusione inevitabile
Finché il mondo accetterà il dollaro come valuta di riserva, gli Stati Uniti potranno permettersi di consumare più di quanto producano, perché il resto del pianeta continuerà a finanziarli, scambiando beni reali con pezzi di carta verde.

La prossima volta che sentite parlare di “squilibri commerciali”, ricordatevi: non è un problema. È il sintomo di un impero al lavoro.


Dazi e il paradosso del dollaro: quando l’impero si morde la coda

Prendiamo il sistema USA-UE. Se Washington vuole che l’Europa usi il dollaro, deve inondare il mercato europeo di banconote verdi. Ma come fare, se l’UE stampa già i suoi euro? Le opzioni sono due:

  1. Far piovere dollari dagli aerei (con buona pace dei cittadini europei, che si ritroverebbero a raccoglierli per strada).
  2. Andare in Europa e comprare un sacco di cose — opzione di gran lunga più razionale, perché almeno quei 1.000 dollari spesi ti garantiscono 1.000 dollari di merce in cambio.

Il problema? I dazi.

Se gli USA impongono barriere commerciali, interrompono artificialmente questo flusso. E lo fanno illudendosi che il mercato valutario (Forex) non se ne accorga. Peccato che l’economia non sia un gioco da tavolo: meno scambi commerciali significano meno necessità di dollari.

Come si manifesta il danno al dollaro?
Il biglietto verde perde valore: crolla rispetto all’euro e alle altre valute.
Perché? Una moneta la cui domanda globale dipende dagli scambi commerciali non può prosperare se qualcuno (in questo caso, gli stessi USA) sabota quegli scambi.

Sembra ovvio. Eppure, a quanto pare, non lo è.

Se il dollaro si indebolisce, è perché il mondo inizia a chiedersene meno. E se ne chiede meno perché i dazi rendono gli scambi più costosi, complicati e meno attraenti. È l’ABC dell’economia, ma evidentemente qualcuno a Washington ha dormito durante quella lezione.

Morale della favola?
Un impero che gioca a fare il protezionista con la propria valuta di riserva è come un uomo che sega il ramo su cui è seduto. E il prezzo, prima o poi , si paga.

Non puoi avere SIA i dazi commerciali SIA una moneta usata come riserva globale.


La grande farsa di Trump: come i dazi nascondono il collasso fiscale USA

Gli “esperti” di Trump fanno finta di non capire. Ma la verità è che questa pantomima protezionista non è frutto di incompetenza: è l’ultimo disperato tentativo di mascherare il vero scandalo. Gli Stati Uniti sono un gigante dai piedi d’argilla fiscale, e il dollaro rischia di crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

1. Il bilancio USA: una tragedia greca in salsa americana

I conti pubblici americani farebbero impallidire la Grecia del 2011. Con:
Un debito/PIL al 123% (e in salita),
Shutdown ricorrenti (il Congresso gioca a “chi blocca per primo il bilancio”),
Una spesa pubblica fuori controllo (tanto che persino Elon Musk, da buon DOGE della finanza, e' stato assunto per cercare maldestramente di ridurla).

E la causa? I ricchi non pagano le tasse.

Una tassa progressiva da 6-7 trilioni l’anno sarebbe la soluzione logica, ma nessun presidente oserebbe proporla per ragioni culturali. Così, invece di chiedere soldi ai miliardari, Trump lancia 6-7 trilioni di dazi – una tassa occulta che ricade su consumatori e partner commerciali.

2. Il trucco perfetto: far pagare gli altri

L’americano medio (il “coglione inesorabile” di cui parli) non capisce che:
I dazi sono tasse camuffate, pagate da chi importa beni e poi riversate sui prezzi.
Il vero obiettivo non è proteggere l’industria, ma raccattare soldi senza ammettere il fallimento della fiscalità USA.

3. L’America che non tiene il passo

Dietro la retorica della “grandezza”, il sistema USA è marcio:

  • Il Pentagono è un buco nero finanziario: chiede fondi illimitati, ma è illegale persino chiedere come li spende.
  • La sanità costa, procapte, 4 volte più che in Europa, ma 30 milioni di americani non hanno copertura.
  • L’industria (esclusi i Big Tech) è stagnante: auto, acciaio e manifatturiero sopravvivono solo grazie a sussidi e protezionismo.

Conclusione: il bluff può durare?

Trump sa che il dollaro regge solo finché il mondo lo accetta. Ma:

  • Se i dazi riducono gli scambi, il biglietto verde perde appeal.
  • Se il debito esplode, i creditori (Cina in testa) potrebbero abbandonarlo.
  • Se l’America non riforma il suo sistema, il declino è matematico.

Morale: dietro ad ogni rombante commedia di Trump, si cela un problema vero e drammatico, che il miliardario “copre” chiamando le cose con un nome diverso. Le tasse diventano “tariffs”, e cosi' via.


L’erosione del dollaro e l’ascesa delle alternative: BRICS ed Euro

Tutto questo logora il potere del dollaro come moneta di riserva globale. Ma quali sono le opzioni pratiche per il mondo? L’Europa, per esempio, ha già creato l’euro, che oggi regola non solo gli scambi interni all’UE, ma anche quelli con i paesi terzi che lo accettano volontariamente. Un sistema funzionante, anche se limitato dalla frammentazione politica europea.

Tuttavia, il vero contendente è altrove: i BRICS. E questa volta non si tratta di velleità, ma di un progetto concreto. L’infrastruttura per una loro moneta comune – almeno per gli scambi commerciali – è già pronta. Manca solo l’annuncio ufficiale e il via libera legale. Data la natura nazionalista dei loro governi, difficilmente replicheranno il modello euro (con tutta la sua integrazione politica), ma opteranno per uno strumento pragmatico: una valuta di scambio, non di identità.

La situazione ricorda quei due anni di transizione europea in cui le monete nazionali erano già ancorate a un cambio fisso, in attesa del passaggio definitivo all’euro. I BRICS sono oggi in quella stessa fase: tutto è predisposto, le istituzioni ci sono, i meccanismi sono collaudati. Basta un segnale politico.

Ora, è vero che oltre all’euro e a questa ipotetica moneta BRICS, le alternative credibili al dollaro scarseggiano. Ma non sottovalutiamo un dettaglio cruciale: i BRICS rappresentano una fetta mostruosa della popolazione mondiale e delle economie emergenti. Se decidessero di aggirare il dollaro, anche solo negli scambi interni, il sistema monetario globale tremerebbe.

La partita è aperta. E il dollaro, per la prima volta da decenni, non è più l’unico giocatore in campo.


Gli Stati Uniti stanno giocando col fuoco – e lo sanno

Quello che stiamo vedendo è un calcolo rischiosissimo da parte di Washington: stanno testando quanto possono spingere il sistema prima che si spezzi.

  • Sperano che quei 6-7 trilioni di dazi vengano pagati docilmente dal resto del mondo, senza ribellioni. Altrimenti, è la fine.
  • Sperano che questa mossa non scalfisca la fiducia nel dollaro, anche se strozzare il commercio globale con barriere tariffarie è esattamente il modo per farlo.
  • Sperano che nessuno dei BRICS abbia abbastanza coraggio (o rabbia) per premere il grilletto, battezzare la loro moneta comune e iniziare a usarla davvero.

Ma cosa succede, in pratica, se la corda si rompe?

Prendiamo l’esempio dell’UE: Von der Leyen tra poco sarà in Uzbekistan a firmare accordi commerciali, perché l’Europa cerca disperatamente nuovi mercati. Peccato che “Asia centrale” oggi significhi, di fatto, zona BRICS. E quando si tratta di decidere in che valuta commerciare, le opzioni sono chiare:

  1. Euro (improbabile, se l’Europa non offre vantaggi reali),
  2. Monete locali (renminbi, rublo, tenge),
  3. La futura moneta BRICS (che aspetta solo un nome e un via libera).

Se l’Uzbekistan, il Kazakistan o altri Paesi rifiutano il dollaro – o peggio, adottano una valuta BRICS – sarà il segnale che gli USA hanno perso la mano. E a quel punto?

Non potranno fare assolutamente nulla.

Non hanno più i mezzi per imporre sanzioni credibili (la Russia ha dimostrato che si può sopravvivere al SWIFT), non hanno più l’egemonia industriale per ricattare nessuno, e soprattutto, non hanno più la fiducia indiscussa che teneva in piedi il sistema.

Morale: Washington sta bluffando, e il mondo sta per smettere di giocare. Quando i BRICS annunceranno la loro moneta – e lo faranno, perché ormai è solo una questione di tempo – il dollaro perderà lo status di cui gode da 80 anni. E gli Stati Uniti?

Resteranno a guardare, impotenti. Perché l’unica cosa peggiore di un impero in declino è un impero che non se ne rende conto.


La grande ironia della storia: gli USA, architetti inconsapevoli dell’Eurasia

C’è una certezza assoluta in questa partita: se qualcuno riuscirà a unire l’Eurasia in un blocco coeso, saranno proprio gli Stati Uniti. Non per strategia, ma per pura miopia.

Ogni mossa fatta da Washington in questi anni – i dazi, le sanzioni, le minacce ai BRICS, l’isolazionismo commerciale – sta spingendo Cina, Russia, India e persino l’Europa a cercare alternative al di fuori del sistema americano. È un paradosso tragico: più gli USA insistono con il protezionismo e le intimidazioni, più accelerano la creazione di quell’ordine euroasiatico che temono da decenni.

Come funziona l’autogol strategico?
– Le sanzioni alla Russia hanno insegnato al mondo che il dollaro è un’arma, e nessuno vuole più esserne dipendente.
– I dazi sull’Europa spingono Bruxelles a cercare partner in Asia centrale, dove i BRICS sono già pronti a offrire valute alternative.
– La politica del “America First” sta unendo, suo malgrado, tutti quelli che non sono l’America.

Il risultato?
Un continente eurasiatico che, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, ha un interesse comune: sfuggire alla morsa del dollaro. E gli Stati Uniti, invece di impedirlo, stanno fornendo loro ogni motivo per farlo.


Morale della storia: a volte, il peggior nemico di un impero è la sua stessa arroganza.
L’asino che da del cornuto al bue: il teatro geopolitico in cui tutti perdono (tranne chi guarda)

La situazione ha ormai raggiunto livelli di comicità tragica: gli Stati Uniti, come l’asino della favola, accusano il mondo di essere il problema, senza rendersi conto di essere loro i veri architetti del caos. E mentre Washington si affanna a imporre dazi, minacce e ultimatum, la soluzione per noi spettatori è sempre la stessa:

Comprare popcorn e godersi lo spettacolo.

Perché la farsa è inevitabile

  1. Gli USA credono di controllare il gioco, ma in realtà stanno solo accelerando la fine della loro egemonia. Ogni sanzione, ogni dazio, ogni atto di forza non fa che spingere Europa, BRICS e Asia a cercare vie d’uscita dal sistema americano.
  2. L’Eurasia si unirà, ma non per merito di Putin o Xi. Sarà grazie alla miopia di Washington, che sta regalando ai suoi rivali il miglior alleato possibile: la necessità.
  3. Il dollaro è già in agonia, e più gli USA insistono con politiche autolesioniste, più il mondo si abituerà a farne a meno.

Cosa resta da fare?

Niente. Assolutamente niente.
– I BRICS annunceranno la loro moneta.
– L’Europa, suo malgrado, flirterà con l’Eurasia.
– Gli USA si sveglieranno troppo tardi, accorgendosi di aver scavato la fossa al proprio dominio.

E noi?
Sederci, sgranocchiare popcorn, e osservare come la storia si ripeta: nessun impero cade per colpa degli altri. Cade perché smette di capire se stesso.


Fine del primo atto. Il secondo sarà ancora più divertente. 🍿

Uriel Fanelli


Il blog e' visibile dal Fediverso facendo il follow a: @uriel@keinpfusch.net

Contatti:

absc honked back 03 Apr 2025 15:45 +0200
in reply to: https://poliversity.it/users/macfranc/statuses/114274306333565522

@macfranc @cage @phastidio

Ragazzi, di cloud europei ce ne sono a fottere, come anche datacenter dove le macchine banalmente le noleggi e qualcun'altro te le gestisce.

Non è vero che non abbiamo alternative.

Il cloud è un costrutto fatto per darti l'illusione dell'outsourcing.

Di datacenter ce ne sono a iosa, solo qui in Svizzera c'è da sbizzarrirsi.

Inoltre, se c'è un industria flessibile è quella del software.

Certo, se l'unica cosa alla quale si pensa è UN cloud americano perché oh, è conveniente, sarebbe il caso do cambiare mestiere.

absc honked 03 Apr 2025 09:39 +0200

Borse borse delle mie brame... quanto crollerete oggi nel reame??

absc bonked 02 Apr 2025 13:34 +0200
original: uriel@keinpfusch.net

E ci risiamo... un altro femminicidio.

E ci risiamo... un altro femminicidio.

Ed eccoci di nuovo qui. Una studentessa sgozzata da un ossessivo che la perseguitava, dopo averne respinto le attenzioni. Il copione, purtroppo noto, del femminicidio. E, come prevedibile, irrompono le solite pasionarie a pontificare sulla necessità di “insegnare ai maschi a gestire un rifiuto”, come se la radice del male risiedesse unicamente in quel “no” pronunciato dalla vittima. Curiosa argomentazione, che tradisce però un vizio di fondo: l’incapacità di analizzare il fenomeno osservandolo nella sua interezza, preferendo invece la comoda scorciatoia dell’ideologia.

Qual è, dunque, questa scorciatoia ideologica? Il meccanismo è semplice: si pretende di ridurre una tragedia complessa a un unico fattore determinante – il “no” della vittima. In altre parole, una versione ideologica del cherchez la femme, dove la donna non è solo vittima, ma, in un perverso ribaltamento logico, diventa anche l’origine morale del proprio destino.

Ecco il paradosso: più si enfatizza l’importanza centrale della donna nel discorso sociale, più si finisce per attribuire a lei – anche indirettamente – la responsabilità ultima della violenza che subisce. Se la donna è il perno attorno cui ruota tutto, allora persino la sua uccisione deve trovare spiegazione in qualcosa che lei ha fatto, detto, o negato. E poiché, nell’universo femminista, il “consenso” è elevato a dogma assoluto (qualunque cosa significhi, in contesti sempre più nebulosi), ecco che ogni femminicidio viene ridotto a un “problema di gestione del rifiuto”. Una narrazione non solo semplicistica, ma profondamente narcisista.


Proviamo allora a formulare un'ipotesi razionale, per quanto cruda nella sua semplicità:

A un uomo capace di sgozzarti, del tuo consenso non importa assolutamente nulla.

Non l'ha ascoltato ieri, non lo ascolterebbe oggi, non lo considererà mai. Non lo vede nemmeno.

Capire questo concetto risulta difficile per un motivo preciso: perché costringerebbe a osservare l'uomo sotto la lente d'ingrandimento, facendolo diventare – ironia della sorte – il vero centro dell'analisi. La causa di questi omicidi, dunque, non va ricercata nel titanico, cosmico, sacralizzato “no” della vittima, bensì nell'aggressore stesso. Che, guarda caso, si rivela essere l'unico vero protagonista (non certo eroe) della vicenda.

A sostegno di questa tesi, possiamo addurre prove incontrovertibili:
Quante donne vengono uccise dopo anni di sottomissione, dopo aver acconsentito a ogni umiliazione, a ogni violenza, a ogni degradazione? Donne che non hanno mai opposto un rifiuto, ma che – al culmine di un delirio paranoide (“lei mi tradisce con un alieno”) – vengono ugualmente strangolate, accoltellate, annientate.

Cosa dimostra tutto ciò? Che continuare a cercare la causa scatenante nel rifiuto femminile è un tragico abbaglio. I casi più aberranti di violenza domestica sfociata in omicidio raramente esplodono per un “no”. Esplodono per un cortocircuito ossessivo nella psiche dell'aggressore – un dettaglio che, guarda caso, nessuna campagna sul “consenso” potrà mai risolvere.


Credete davvero che un “sì” avrebbe salvato quella ragazza? (E purtroppo, di donne che cedono a questi ossessivi, ne esistono troppe). Vi illudete che l'assenso avrebbe placato la furia omicida? No. Avrebbe solo alimentato un circolo vizioso: ogni concessione moltiplicando le pretese, ogni sottomissione innescando nuove umiliazioni. E anche se avesse acconsentito a tutto – come infatti molte fanno – sarebbe comunque arrivato il giorno in cui una paranoia, una fissazione, un capriccio delirante avrebbe decretato la sua fine.

Non provate a negare l'evidenza statistica. Il “no” della vittima è irrilevante nell'equazione mortale. Quando un ossessionato sceglie la sua preda, il dado è già tratto: quel corpo è solo un conto alla rovescia ambulante. Il consenso o il rifiuto possono forse modulare i tempi (accelerandoli o rallentandoli), ma non altereranno mai l'esito finale: una tomba.

Perché la verità è questa: non è questione di “sì” o “no”. È questione di un cervello malato che ha deciso di uccidere. Continuare a insistere sul feticcio del consenso non solo è inutile – è perfino grottesco. Serve solo a nutrire il narcisismo ideologico di chi vuole credere che un rifiuto abbia il potere cosmico di scatenare un omicidio, quando la realtà dimostra che le vittime muoiono ugualmente, siano state remissive o ribelli. La differenza? Solo nel copione che racconterete ai funerali.


Qui si consuma il primo, tragico fraintendimento. La femminista dogmatica non ammetterà mai un'analisi che sposti la donna – e il suo sacro “consenso” – dal centro del discorso. Per loro, deve restare l'astro attorno cui ruota l'universo morale, anche quando si parla della sua morte.

Ma permettetemi, da uomo, di spezzare un'amara verità: quel “no” non è mai stato udito. Non è mai stato registrato. Quando un uomo sprofonda in quel vortice ossessivo, “lei” cessa di esistere come persona. Diventa un simulacro, un feticcio animato – la sua volontà, i suoi pensieri, persino la sua vita o morte sono dettagli irrilevanti nel panorama del suo feticismo.

L'omicidio non è scaturito da un rifiuto. Quel rifiuto non è mai stato processato dalla sua coscienza. Pensateci: come può essere il “no” il detonatore, se poi la vittima non ha certo “acconsentito” alle coltellate? La logica crolla sotto il suo stesso peso.

La mente ossessiva non vede persone – vede feticci. Avete mai osservato un feticista patologico? Si eccita per un paio di scarpe, e da quel momento esistono solo le scarpe. La donna che le indossa svanisce. Diventa un mero supporto, un appendice inanimata del feticcio.

Ecco il punto cruciale: lei, nella sua interezza umana, viene ridotta a oggetto rituale. A scarpa, appunto. Vi è mai capitato di sentire un paio di scarpe opporre un rifiuto? E anche se lo facessero, chi mai se ne curerebbe?


Ecco dunque l'assurdità finale di questa retorica: l'isterica campagna per “educare i maschi al rifiuto” non è che l'ultimo patetico tentativo di evitare la sola domanda che conti veramente – cosa si rompe nella psiche di un uomo quando decide di uccidere?

Mi spiace deludere i cultori del victim blaming, ma la risposta non risiede: – Nell'armadio della vittima (“come era vestita?”) – Nella sua reazione fisica (“ha lottato abbastanza?”) – Meno che mai nel suo presunto “consenso”

Provate a immaginare l'assurdo processo-simulacro: “Signorina, è vero che ha detto di no?” Come se quel “no” fosse un'invocazione alla violenza, anziché ciò che è – un diritto fondamentale. Eppure, la vostra logica implicita è questa: dire no equivale a “cercarsela”. Ma la realtà vi smentisce platealmente: vengono uccise anche donne che hanno detto sempre sì, che hanno sopportato tutto, che non hanno mai opposto resistenza.

Perché? Perché nel delitto passionale (o meglio, nel delitto psichico) la donna non è mai stata una persona. Era già diventata un feticcio, un oggetto rituale. Indagare sul suo comportamento è tanto utile quanto interrogare una scarpa sul perché è stata calpestata.

La dura verità che rifiutate di affrontare è questa:

  1. Se avesse detto di no, sarebbe morta oggi
  2. Se avesse detto di sì, sarebbe morta domani

L'unica variabile era il calendario, non l'esito.

Finché continuerete a:

  • Fissarvi sul “consenso” come feticcio ideologico
  • Rifiutarvi di studiare la patologia maschile
  • Pretendere che ogni soluzione parta dal controllo del comportamento femminile

... non avremo prevenzione, ma solo il vostro narcisismo morale a fare da lapide. Davvero vi serve scrivere sulla lapide “aveva detto di no”? E quando la vittima muore dopo avere acconsentito l'indicibile e il disumano, dicendo sempre di si', cosa scriverete?

L'educazione di cui abbiamo bisogno non è “come accettare un no”, e' semplicemente “come gestire la propria libidine”.


La Grande Menzogna del Possesso Femminista

Di fronte a queste obiezioni, l'ideologia femminista riciccla ancora una volta il suo mito preferito: che la donna sarebbe così preziosa da far impazzire gli uomini per il desiderio di possederla. Un'ennesima variazione sul tema narcisistico: “Siamo così speciali da scatenare follia omicida”. Peccato che la realtà contraddica platealmente questa tesi:

  1. Il paradosso dello sgozzamento possessivo

Se davvero l'obiettivo fosse il possesso, allora l'omicidio sarebbe l'atto più controproducente possibile:
– Un cadavere non si possiede
– Elimina ogni possibilità futura di controllo
– Trasforma il “proprietario” in un carcerato

  1. La psichiatria come circo interpretativo

Quando gli psicologi affermano che “sgozzare è un modo di possedere”, commettono lo stesso errore di chi vede falli dappertutto:

  • Se un coltello è un pene
  • Se uccidere è amare
  • Allora la psichiatria è una malattia mentale
  1. Il falso mito del “se non è mia, non sia di nessuno”

Se questa fosse la vera motivazione:

  • Dovremmo vedere un'epidemia di fidanzati assassinati
  • Invece i dati mostrano che:
    • Un uomo attaccato con un coltello ha le stesse probabilità di morire
    • A distanza di coltellate, l'esito è quasi sempre fatale
    • Le tecniche di autodifesa sono teatro (provare per credere)

Ma non vediamo un'epidemia di fidanzati assassinati

La Verità Scomoda

Questo non accade perché la narrativa del possesso è:
– Una fiaba letteraria
– Un comodo alibi ideologico
– Un modo per evitare di studiare la vera psiche omicida

Finché continuerete a:

✅ Credere che la gelosia sia la radice del male
✅ Pensare che un corso sul consenso possa fermare un coltello
✅ Attribuire alla vittima un “potere” che non ha mai avuto

... continuerete a seppellire donne mentre recitate la vostra tragedia greca preferita.

L'unica domanda che conta:

Cosa spezza realmente nella mente di un uomo il confine tra desiderio e distruzione?
(E no, “il patriarcato” non è una risposta, è una scusa per non indagare)


La risposta e' che bisogna investigare il meccanismo della libido di questi assassini, e in generale dei maschi. Non so se avete mai avuto – anche per sbaglio – dei partner feticisti. Li avete osservati? Improvvisamente, la persona scompare. Sono feticisti degli stivali militari? Esistono solo i vostri stivali. Tutto ruota attorno ai vostri stivali. Senza, non esistete nemmeno.

Il feticismo e' una forma, o forse una deformazione , della libido, nella quale tutto si dirige verso una parte della persona (i piedi, o i capelli) , un oggetto o un attributo (stivali militari, pelo sul petto, e via dicendo) che alla fine sostituisce la persona. Se stimolate un feticista, il vostro “no” non conta. Se stimolate un feticista, non esistete nemmeno. Non vi vede. Non si accorge di voi.

Si tratta di una libidine unidirezionale di carattere totalizzante: non c'e' nient'altro. Non vedono altro.

Nel caso di questi personaggi che ammazzano in questo modo, mi sembra di poter avanzare un'ipotesi piu' sensata: avevano sviluppato un feticismo che investiva l'intero corpo femminile. A questo punto, sembra che il feticista desideri la ragazza, ma in realta' desidera il suo corpo, inteso come feticcio.

Com'e' un corpo inteso come feticcio? Cosa intendo, di preciso? E come faccio, a mostrarvelo?

Beh, se volete vedere un corpo femminile trasformato in un feticcio, potete andare qui:

https://xhamster.com/videos/vixenplus-fill-every-hole-vol-2-compilation-xhKQoVf

Quello che vedete e' un corpo femmiile trasformato in un feticcio. Attenzione, non ho detto “oggetto”. Ho detto “feticcio”.

Il feticcio e un oggetto sono due cose diverse.

Oggetto Sessuale Feticcio Sessuale
Coinvolge una persona intera percepita come mezzo per il piacere sessuale. Si concentra su un oggetto parziale o simbolico (es. piedi, indumenti, ano, il negro, etc).
Può implicare deumanizzazione e perdita di empatia verso l'individuo. Non richiede necessariamente il coinvolgimento umano diretto.
È legato alla relazione con la persona. Può esistere indipendentemente da una relazione.
Associato all'oggettificazione sessuale. Associato a parafilie e meccanismi psicologici compensatori.

Puoi oggettificare una donna/uomo – se e' d'accordo – e rimanere in una relazione felice e soddisfacente. Ma non puoi trasformarla essa stessa in un feticcio, perche' il feticcio e' permanente, e nel momento preciso in cui la persona smette di esserlo, succede il patatrac.


Eccoci ancora qui, a scavare nella stessa fossa comune di luoghi comuni. Mentre le pasionarie del salotto urlano che bisogna “educare i maschi al rifiuto”, la verità rimane sepolta sotto tonnellate di retorica: nessun corso sul consenso fermerà un coltello.

L’assassino non sente il “no”. Non lo registra. Quando la follia lo prende, la donna smette di esistere come persona—diventa un oggetto, un fantasma delle sue ossessioni. Ucciderla non è possesso: è l’ultimo atto di un delirio che ha cancellato ogni confine tra realtà e feticcio.

Allora, invece di sprecare milioni in lezioni di politically correct, propongo una strada diversa. Prevenzione, non predica.

Immaginate un mondo in cui:

I ragazzi con tratti ossessivi vengono identificati prima che il male si compia, come si fa per chi ha predisposizioni al diabete.

Chi mostra segni di pericolosità riceve terapia, non una pacca sulla spalla e un “stai tranquillo”.

Si monitorano i veri fattori di rischio—impulsività, incapacità di empatia, fantasie di controllo—anziché inseguire il fantasma del “porno cattivo”.

Sappiamo già come si prevengono le tragedie. Lo facciamo con i tumori, con le malattie cardiache, persino con la rabbia nei cani. Ma quando si tratta di femminicidi, improvvisamente diventiamo tutti poeti: meglio parlare di “amore malato”, di “gelosia”, di “donna troppo desiderabile”, piuttosto che ammettere che questi uomini sono malati, e la malattia si può diagnosticare.

Non servono nuove leggi. Servono psichiatri, non giudici. Strumenti clinici, non slogan.

E soprattutto, serve il coraggio di dire che la verità non sta nel comportamento di lei, ma nella testa di lui.

E questa verità, per quanto ideologicamente scomoda, è l’unica che potrà salvare vite.

Sia chiaro, non sono di quelli che si illudono che la pallottola d'argento per risolvere il problema sia bandire il porno. La feticizzazione del corpo femminile avviene su cosi' tanti livelli – la pubblicita', per esempio , o il Fashion – che non ha senso. Una volta presa una certa strada, essere all'inizio o alla fine del percorso cambiera' il calendario, ma non la destinazione.

Ma anziche' corsi di educazione sessuale , ho proposta diversa:

siccome la feticizzazione e le ossessioni sono riconoscibili abbastanza facilmente, che ne direste di

  • screening della popolazione maschile
  • training contro l'impulsivita', o neurofeedback training (per i soggetti sospetti)
  • monitoraggio dei soggetti piu' a rischio.

Sinora, cioe', sia che si parli di cancro alla cervice o al seno, o altre malattie come quelle della prostata, la prevenzione mediante screening ha sempre funzionato.

Perche' non provare qualcosa che sappiamo gia' funzionare, invece di inventarci cure ideologiche?

Uriel Fanelli


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OTT, telco, e quanto ci siamo sforzati di nascondere il problema (Quintarelli?)

OTT, telco, e quanto ci siamo sforzati di nascondere il problema (Quintarelli?)

Le magagne, quando esistono, possono essere abilmente celate. Il problema sorge quando qualcuno – un Trump, per esempio – provoca un terremoto, e scavando tra quelle stesse magagne, riemergono quelle che per anni, se non decenni, erano state volutamente ignorate. E sia ben chiaro: per mantenerle sommerse, si muovevano sicofanti d’ogni risma. Esempio magistrale, in Italia? Un certo Quintarelli.

Ecco il punto di oggi.

weber

Ma per capire di cosa parlo, occorre andare al passato.


Il Paradosso delle Telco Europee: Lavorare per gli OTT

Come gli investimenti infrastrutturali si trasformavano in rendite per i giganti americani

Ma andiamo alle polemiche del passato. Ogni volta che si discuteva di telecomunicazioni e dei costi della rete di accesso – argomento che conosco bene, avendo lavorato in prima persona sulla disaggregazione delle reti e partecipato a numerosi congressi, incluso il primo storico incontro di Layer123 a Darmstadt – sollevavo un problema già segnalato da quasi tutte le operatorie europee: lavoravano, investivano, ma i profitti finivano sistematicamente nelle tasche degli OTT americani.

Era un circolo vizioso insostenibile: le telco costruivano e mantenevano l’infrastruttura, mentre i grandi player digitali – senza contribuire ai costi di rete – ne sfruttavano la capillarità, monetizzando traffico e dati senza contraccambio. Una distorsione di mercato che, se non corretta, avrebbe portato a un epilogo inevitabile: la svendita delle reti di accesso, l’ultimo baluardo di sovranità tecnologica.


La Trappola della Neutralità della Rete

Come l'utopia europea ha regalato agli OTT un privilegio insostenibile

Ogni volta che evidenziavo come le telco europee fossero costrette a sostenere investimenti miliardari nelle reti d'accesso – unicamente per assecondare l'ingordigia di banda degli OTT americani, senza poter pretendere il minimo contributo – si scatenava immediatamente la corte dei sicofanti transatlantici. La loro replica rituale? Dipingermi come “anti-americano”, come se denunciare uno squilibrio commerciale equivalesse a un atto di ostilità geopolitica.

E così Netflix poteva impunemente lanciare servizi sempre più voraci – come lo streaming 4K introdotto senza neppure un preavviso ai gestori di rete – mentre sulle telco ricadeva l'intero onere degli upgrade infrastrutturali. Il paradosso più grottesco? La stessa Unione Europea, con la sua direttiva sulla neutralità della rete (una delle tante ingenuità figlie di un establishment eccessivamente ideologizzato), aveva reso persino discutibile dal punto di vista legale la mera proposta di un equo riparto degli investimenti.


L'Analisi Distorta dei Burocrati

Come la narrazione istituzionale ha ignorato la crisi strutturale delle telco

Era quasi inutile spiegare – come ripetevano i numerosi CEO intervenuti alle conferenze Layer123 – che, proseguendo su quella strada, le telco europee avrebbero finito per svendere le proprie reti d'accesso. A quel punto entrava in scena un certo Quintarelli, pronto a dimostrarci come, in virtù di delibere emesse da enti regolatori (l'AGCOM su tutti), la situazione fosse in realtà rosea: le telco stavano guadagnando “tantissimo”, a suo dire. Peccato che queste fantomatiche cifre non comparissero in alcun bilancio, né trovassero riscontro nella realtà contabile delle società.

La Strategia del Opportunismo Politico

Dall'ideologia grillina alla svendita delle infrastrutture

La sua posizione, del resto, era chiara: essendo anche un politico (o aspirante tale), il suo obiettivo era garantirsi un posticino al caldo nel panorama istituzionale. E poiché all'epoca l'unico partito in grado di sfornare poltrone erano i 5 Stelle – movimento nato con l' odio di Grillo per Telecom Italia (ricordate la sua “OPA”?) – la strategia era ovvia: sputare su Telecom Italia e assecondare la retorica anti-telco, pur di accreditarsi come “esperto” gradito al nuovo establishment.

La Cecità di Fronte all'Evidenza

Dai primi segnali di crisi alla svendita definitiva

Avrei potuto far notare che il trend era già sotto gli occhi di tutti: Vodafone aveva già ceduto parte della sua rete mobile, e Telefónica stava facendo lo stesso. Ma queste persone si sono sempre dimostrate immuni ai fatti. Nemmeno quando:

  1. Un'azienda svizzera ha rilevato la rete di Vodafone Italia
  2. Telecom Italia è passata prima in mani americane e poi, inevitabilmente, alle Poste Italiane

...è stato possibile far ammettere che il problema della bassa remunerazione delle reti d'accesso fosse reale. Una cecità volontaria, figlia di calcoli politici e di un'ideologia che ha preferito il dogma alla realtà dei bilanci.

AGCom (o qualche altro garante della burocrazia) ha deliberato, e quindi le cose stanno in questo modo.


L'Argomento dell'Autorità Vuota

Come il falso mito dello “SPID” ha soffocato il dibattito sulle infrastrutture

Ciò che oggi mi spinge a scrivere è il ritorno di quell'odioso ipse dixit: “Ma Quintarelli ha fatto lo SPID, tu chi sei?”. Un argomento da trivio che trasformava un dibattito tecnico in una squallida gara di curriculum.

Avevo scelto di non ostentare credenziali (pur essendo stato tra gli architetti del primo progetto su scala nazionale di disaggregazione delle reti d'accesso), preferendo confrontarmi sui meriti tecnici. Ma in Italia vige una legge non scritta:

  • L'appartenenza al sistema prevale sulla competenza
  • Un tormentone mediatico (lo SPID) cancella decenni di expertise
  • Chi grida più forte ottiene l'ultima parola

La Tragedia dell'Esperienza Invisibile

Quando il valore reale soccombe alla narrazione dominante

E così mi toccava subire:

  1. Lezioni da improvvisati guru digitali che fino a ieri non distinguevano un DSLAM da un router
  2. La retorica dello “SPID come lasciapassare” per zittire chiunque osasse criticare
  3. L'umiliazione metodica di chi aveva lavorato sui progetti infrastrutturali reali

Il paradosso? Mentre questi personaggi celebravano se stessi con sigle vuote, le reti italiane venivano:

  • Smembrate e vendute a pezzi
  • Consegnate a gestori stranieri
  • Ridotte a meri vettori per i servizi OTT

Tutto questo era prevedibile – e infatti l'avevo previsto. Ma quando il dogma sostituisce l'analisi, anche il collasso diventa “innovazione”.


Il Vero Conto dello SPID: Un Disastro Annunciato

Come l'ennesima “soluzione digitale” nascondeva la solita privatizzazione dei profitti e socializzazione dei costi

E sia chiaro: dicutere dello SPID sarebbe stato facile, visto che prima o poi presenterà il suo conto salato. Ma il mio intervento voleva restare su un piano strettamente tecnico-industriale – sapevo perfettamente quanto fosse urgente per le telco smettere di fare da semplici tubi stupidi al servizio degli OTT, e su questo verteva la mia posizione

Per esempio, mi sarebbe stato facile sollevare alcuni temi, riguardo allo SPID:

La Grande Truffa del “Senza Costi per lo Stato”

Dallo SPID alla telco: sempre lo stesso modello di socializzazione delle perdite

Che io consideri lo SPID un'operazione para-truffaldina – venduta come “a costo zero” ma in realtà pagata dagli italiani attraverso un canone occulto gestito dai privati – è irrilevante per il discorso sulle telco. Però è significativo come:

  1. Riveli l'approccio predatorio di certa classe dirigente
  2. Dimostri il solito schema “privatizzare i profitti, socializzare le perdite”
  3. Anticipi lo stesso modello che ha distrutto il valore delle reti telco

O come dicevano in passato i sindacalisti “come mai, come mai, sempre in culo agli operai?”.

Focus: Il Conflitto Telco-OTT Insoluto

Perché la questione infrastrutturale rimane centrale

Ma torniamo al punto cruciale:

  • Le telco continueranno a essere cannibalizzate dagli OTT?
  • L'Europa ammetterà finalmente lo squilibrio?
  • Esiste ancora spazio per un modello sostenibile?

Questo era e rimane il cuore del mio discorso. Lo SPID – con il suo carico di ipocrisia – meriterà un'analisi a parte, quando sarà il momento di spiegare come anche l'accesso ai diritti fondamentali del cittadino sia stato trasformato in business per poche grandi aziende. Ma per ora, restiamo concentrati sulla tempesta perfetta che si abbatte sul settore telco.


La Grande Ipocrisia della Net Neutrality

Come i “principi morali” hanno coperto per anni un saccheggio legalizzato

Dicevo prima: in Europa abbiamo perfezionato l'arte di ricoprire con un mantello di moralismo (la net neutrality su tutti) anche le più evidenti distorsioni di mercato. Funziona così:

  • Si inventa un nobile principio astratto
  • Lo si eleva a dogma indiscutibile
  • Si zittiscono le obiezioni tecniche con accuse di “retrogradismo”

Finché arriva il terremoto.

Lo Schiaffo della Realtà: Trump Svela il Gioco

Quando la guerra dei dazi ha fatto cadere la maschera

Poi è arrivato Trump con la sua guerra di dazi, e all'improvviso:

  1. La coltre di neve immacolata (fatta di ipocrisia regolatoria) si è squarciata
  2. Weber del PPE (il partito vicino al governo tedesco) ha lasciato sfuggire la verità: > “Il privilegio fiscale degli OTT americani ha danneggiato per anni l'industria telco europea

L'Amara Verità che Tutti Volevano Ignorare

Finalmente emerge ciò che gli esperti denunciavano da un decennio

Ironia della sorte:

  • Ci sono volute le cannonate di Trump per far ammettere l'evidente
  • Gli stessi che ci tacciavano di “anti-americanismo” ora scoprono lo squilibrio
  • La “net neutrality” si rivela per quello che era: un paravento ideologico

La lezione? In Europa la verità tecnica deve aspettare:

  • Una crisi geopolitica
  • Uno scontro commerciale

Solo allora i principi morali cedono il passo alla realtà dei bilanci.


La Scomoda Verità che (Finalmente) Trova un Megafono

Come lo stesso allarme lanciato per anni dalle telco diventa “notizia” solo quando ripetuto dai potenti

“I giganti digitali pagano poco alla nostra infrastruttura digitale, da cui traggono così tanto vantaggio”
Manfred Weber, Presidente del gruppo PPE, Parlamento Europeo, Strasburgo

Accidenti. Che scoop.

Eppure, guarda caso, questo è esattamente lo stesso mantra che:

  • Le telco europee ripetono – almeno – dal 2012
  • L’allora CEO di Deutsche Telekom urlava ai quattro venti

Il Paradosso dell’Autorità Selettiva

Perché la verità diventa credibile solo quando passa per la bocca giusta?

Emerge un modello preoccupante:

  1. 2012: Le telco presentano dati incontrovertibili → Silenzio mediatico
  2. 2015-2020: Esperti indipendenti dimostrano lo squilibrio → Accuse di “lobbismo”
  3. 2023: Un politico di alto rango ripete la stessa cosa → “Rivelazione shock!”

La cruda realtà?
– Se lo dice un CEO telco: “È il solito pianto di chi non sa innovare”
– Se lo dice un tecnico: “Visione riduzionista”
– Se lo dice Weber a Strasburgo: “Occasione storica per riformare il digitale!”

La Lezione Imparata (A Nostre Spese)

L’Europa ascolta solo chi parla dal pulpito giusto

Mentre i giornali scoprono oggi quello che io denunciavo da un decennio, le telco hanno già:

✅ Venduto pezzi strategici della loro rete
✅ Perso il controllo infrastrutturale
✅ Visto crescere il debito insieme al traffico OTT

Morale:

A Bruxelles contano più i titoli di coda che i dati di bilancio. E il prezzo di questa miopia lo paghiamo tutti — in servizi scadenti e sovranità digitale svenduta.

O, come si dice a Bologna, a certi personaggi è piu facile mettere qualcosa in culo, che in testa.


Il Silenzio Assordante dei Sicofanti

Dove sono finiti i difensori degli OTT ora che il disastro è sotto gli occhi di tutti?

E così, la mia previsione si è avverata:

  • Vodafone Italia ha svenduto la sua rete
  • Telecom Italia (ex monopolista di Stato!) si è liberata dell’accesso come fosse un ramo secco
  • Gli OTT hanno vinto, senza mai pagare il vero costo delle infrastrutture che sfruttano

Dov’è ora il coro di quelli che:

  1. Citavano numeri dadaisti (grazie, AGCom e altre autorità autoreferenziali)
  2. Mi attaccavano per aver osato mettere in dubbio il dogma della “neutralità della rete”
  3. Dipingevano gli OTT come innovatori, quando in realtà erano semplicemente parassiti fiscali

La Grande Resa dei Conti (Che Nessuno Vuole Ammettere)

Lo Stato ha pagato, i cittadini pure, e i finti “esperti” sono spariti

Ironia della sorte:

  • Le telco erano spesso partecipate dallo Stato → quindi è il contribuente che ha coperto i buchi
  • Gli OTT hanno goduto di trattamenti fiscali di favore → mentre le telco venivano dissanguate
  • I “tecnocrati” che difendevano questo sistema ora tacciono, o peggio, fingono di averlo sempre saputo

Dejavu. È lo stesso copione di Elon Musk:

  • 2018: Solo io lo definivo “cialtrone” e mi prendevano per matto
  • 2024: È palese a tutti la sua incompetenza apocalittica
  • Morale: La verità arriva sempre, ma dopo che il danno è fatto

La Prossima Frode è Già in Corso

Ora che la rete d’accesso è stata svenduta, cosa resterà alle telco?

La domanda ora è:

  • Chi difenderà l’ultimo miglio quando sarà controllato da privati?
  • Come reagirà l’Europa ora che il sangue è stato succhiato?
  • Dove sono i “geni” che ci spiegavano quanto fosse giusto regalare tutto agli OTT?

Spoiler:

Scomparsi. Come sempre.

Viene quasi da applaudire l'acquisto della rete Telecom da parte di Poste Italiane. Quasi. Non e' la soluzione, ma almeno qualcosa si salva. Anche se la medicina ha , come al solito, un gusto amaro.


L'Inganno della Familiarità

Come gli OTT hanno usato l'affetto dei consumatori per nascondere il loro strapotere oligarchico

Era fin troppo semplice, prima di Trump, stare dalla parte degli OTT:
Netflix ci intratteneva,
Facebook ci connetteva (o illudeva di farlo),
Google ci dava risposte,
Amazon ci vendeva tutto.

Li avevamo integrati nelle nostre vite come ossigeno digitale—e chi osava criticarli era un retrogrado, un complottista, un nemico del progresso.

La Maschera che Cade

Trump ha costretto gli oligarchi digitali a mostrare il loro vero volto

Poi è arrivato lo shock:
Gli OTT hanno preso posizione (politica, ideologica, economica),
Hanno mostrato i muscoli (censura, algoritmi manipolati, doppi standard),
Il pubblico ha capito che non erano “amici”, ma padroni.

E così, all'improvviso:
– Quella che sembrava una storia d'amore si è rivelata una relazione tossica.
– Quelli che chiamavamo “innovatori” ora li riconosciamo come oligarchi.
– E il “progresso” che vendevano era solo un colonialismo digitale.

La Sindrome di Stoccolma Digitale

“A furia di prenderlo in culo, stava iniziando a piacere”

Il paradosso più grottesco?
Abbiamo accettato passivamente di:
1. Pagare loro (con dati, abbonamenti, dipendenza),
2. Regalargli le infrastrutture (senza chiedere nulla in cambio),
3. Difenderli persino quando ci strozzavano (grazie, AGCom e soci).

Fino a quando...
Trump ha smascherato il gioco,
Weber ha ammesso l'ovvio,
Noi ci siamo svegliati (forse).

La Prossima Battaglia

Ora che sappiamo, cosa faremo?

La domanda ora è:
Riusciremo a riprenderci la sovranità digitale?
O continueremo a far finta di non vedere, finché non sarà troppo tardi?

Perché una cosa è certa:

Gli OTT non cambieranno.

Uriel Fanelli


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absc bonked 29 Mar 2025 12:28 +0100
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About a year ago, my parents made the switch to Linux on their home machines because they really hated Win 10... Today I got a call from my mother to help her out with something, but I did not expect that "something" will be figuring out a sed pattern for a shell script she wrote to bulk rename files.

When I asked her why she didn't use some GUI program she said "I was an accountant in the DOS era, this makes more sense to me than a ribbon menu in Excel".

absc bonked 28 Mar 2025 13:34 +0100
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Meloni e l’Arte del Non-Riconoscere un Divorzio

Meloni e l’Arte del Non-Riconoscere un Divorzio

Giorgia Meloni ha liquidato la fine della relazione con Andrea Giambruno con un tweet asciutto—segno, forse, di una certa familiarità con le rotture frettolose, ma non certo con i divorzi veri e propri. Perché un conto è chiudere una convivenza scomoda con un post su X, un altro è riconoscere i sintomi di una separazione epocale: quella tra Stati Uniti e Unione Europea.

Le minacce da “io mi tengo la Groenlandia” ai dazi commerciali non sono capricci da social network, bensì le tipiche scaramucce di un divorzio in piena regola. Ma se l’unica separazione che si è trovata ad affrontare è stata amministrata in 280 caratteri, come biasimarla se non riconosce la differenza?

Peccato che la politica estera non sia un feed da scrollare: qui, i “block” hanno conseguenze ben più gravi di un like mancato.

Trent'anni di apprendistato politico tra pragmatismo e fede atlantica

Sia ben chiaro: Giorgia Meloni non è certo un'ingenua. La sua formazione politica – trent'anni come delfina di Gianfranco Fini – l'ha temprata a tutte le ipocrisie del potere. Ricordiamo bene quei vertici di AN immortalati con i pantaloni abbassati attorno a una giovane donna distesa nuda su una scrivania (poi divenuta moglie di un noto – e poco simpatico – capitano d'industria). Eppure, la Meloni di allora non fece una piega. La sua morale le impose di ignorare il tutto, e questo fece. Aiutata dal fatto di non essere coinvolta personalmente in quella storia – semmai lo erano i suoi “vertici”.

Oggi, questa stessa realista che ha saputo navigare gli scandali più imbarazzanti, si ostina a credere nel “matrimonio indissolubile” con gli USA. Come quelle devote che continuano a proclamare la sacralità del vincolo coniugale mentre il marito le tradisce sul tavolo della cucina. E loro magari ricambiano il favore quando portano l'automobile dal meccanico.

Il problema non è la sua esperienza – che pure c'è – ma la sua incapacità di applicarla. Perché se c'è qualcuno che dovrebbe riconoscere i segni di una relazione finita (dazi, Groenlandia, guerre commerciali), è proprio chi ha fatto carriera in quel mondo dove le apparenze contano più della sostanza.


Il Matrimonio di Convenienza Transatlantico: Un Divorzio Annunciato

Trent'anni di calcoli economici dietro la facciata dell'alleanza strategica

Il primo sintomo di un matrimonio in crisi? La coppia resta insieme per puro interesse economico. È esattamente ciò che accade da tre decenni nell'unione tra Stati Uniti e Unione Europea: un patto cinico che ha retto non per affinità elettive, ma per convenienze reciproche.

Da un lato, gli Stati europei hanno potuto crogiolarsi nel lusso di risparmiare sulla difesa, affidando la propria sicurezza alla protezione americana. Dall'altro, gli Stati Uniti hanno goduto di una straordinaria indulgenza fiscale verso i loro oligarchi digitali, lasciando che queste moderne Compagnie delle Indie estrassero ricchezza dal continente europeo con un'imposizione ridicola.

Un'unione, questa, che ricorda certi matrimoni borghesi dell'Ottocento: nessuna passione, nessun ideale condiviso, solo un calcolo spietato di vantaggi materiali. Ma come in tutti i rapporti fondati sull'interesse, quando i conti non tornano più, resta solo l'amara contabilità del fallimento.

Oggi che Washington chiede all'Europa di pagare il conto della difesa e Bruxelles (finalmente) si sveglia dal torpor fiscale verso i giganti tech, scopriamo la verità: non era un'alleanza, era un affare. E come tutti gli affari, dura finché conviene a entrambe le parti.


Sintomi di un Divorzio Transatlantico: La Fine dell'Inconscio Collettivo

Dalle piccole incomprensioni alla crisi irreversibile: l'agonia di un'alleanza

I segnali sono ormai inequivocabili, per chi li voglia leggere. Come in ogni relazione in frantumi, tutto comincia con quel veleno sottile del risentimento: “Dovresti essere più grato”, “Non fai abbastanza”, “Ho priorità più importanti”. Quando Washington sbadiglia parlando della Cina mentre l'Europa attende che qualcuno stiri le sue camicie diplomatiche, il messaggio è chiaro.

Nella fase terminale di un matrimonio, persino le infedeltà diventano tollerabili – chi si scandalizzerebbe più per un North Stream II, l'equivalente geopolitico di uno sgarro coniugale? Si finge indifferenza, si sorride alle cene di gala, si giura che se mai arriverà la separazione sarà civile, amichevole. “Dopotutto”, ci si bisbiglia rassicuranti bugie, “abbiamo superato insieme il crollo del Muro, davvero un gasdotto potrebbe dividerci?”

È il classico autoinganno delle relazioni morenti: la convinzione che la storia condivisa sia garanzia di futuro. Come quelle coppie che si aggrappano ai ricordi del primo appuntamento mentre accumulano rancori da anni. L'Europa e l'America sono ormai due partner che condividono un letto ma sognano mondi diversi – uno che sogna il multipolarismo, l'altro ossessionato dal contenimento cinese.

Eppure, in fondo, tutti sappiamo come finiscono questi matrimoni: prima con avvocati che parlano di “separazione consensuale”, poi con i piatti rotti. La vera domanda non è se avverrà, ma chi chiederà per primo le chiavi di casa.


Anatomia di un Divorzio Transatlantico: Quando le Chiavi della Casa Diventano un Casus Belli

Dalla Groenlandia alla NATO: il triste inventario dei beni coniugali

La Groenlandia rappresenta ormai il perfetto simbolo di questa separazione: da anni trasformata in avamposto militare USA con i suoi sistemi di early warning NATO, oggi diventa l'oggetto del contendere. Come in ogni separazione litigiosa, gli Stati Uniti avanzano pretese con l'argomento tipico del partner risentito: “Tanto tu non la usi!” – riferendosi all'incuria danese verso le risorse dell'isola. Un classico: quando la coppia si rompe, anche il mobile più insignificante diventa oggetto di contenzioso.

Ma il sintomo più rivelatore è l'emergere di quel linguaggio divorzista che ormai permea il discorso pubblico:

  • Hillary Clinton con il suo “Fuck the EU” (wikileaks docet) ha rotto il tabù
  • Emmanuel Macron ha alzato il tiro con il necrologio prematuro della NATO
  • Donald Trump ha portato la minaccia sul piano concreto con le sue uscite sulla possibile uscita

È la classica escalation di una coppia in crisi: prima si sussurrano insulti in privato (pettegolezzi diplomatici), poi si arriva alle dichiarazioni pubbliche (“potrei chiedere il divorzio”), infine si litiga sulle proprietà condivise (Groenlandia, dazi, gasdotti).

Come in tutte le relazioni tossiche, continuano a vivere sotto lo stesso tetto (la facciata NATO) ma ormai:

  • Dormono in stanze separate (autonomia strategica UE)
  • Hanno conti correnti divisi (sanzioni unilaterali)
  • Si accusano reciprocamente di tradimento (accordi con la Cina)

La vera domanda non è più se divorzieranno, ma:

  1. Chi chiederà per primo l'affidamento della Polonia? E dell' Ukraina?
  2. Come divideranno i gioielli di famiglia (le testate nucleari in Europa, e le basi americane?)?
  3. Chi dovrà pagare gli alimenti (i cosiddetti “Dazi”)?

L'Inesperienza Sentimentale di una Premier: Perché Meloni Non Riconosce un Divorzio Geopolitico

Dalla politica domestica alle relazioni internazionali: l'incapacità di leggere la fine di un'era

Giorgia Meloni, abituata a liquidare i Giambruni della vita con un tweet asciutto, si trova oggi spaesata di fronte al più complesso divorzio geopolitico del secolo. La sua formazione sentimentale – figlia di un padre che se ne andò semplicemente voltando le spalle – l'ha educata a riconoscere solo le rotture più brutali e immediate. Come potrebbe mai comprendere la lunga agonia di una separazione tra potenze, fatta di striscianti incomprensioni e graduali distacchi?

La Presidente attende ancora il segnale rivelatore che nella sua mente rappresenta l'unica prova certa di una rottura: uno scandalo televisivo, un diplomatico americano che molesti una collega su Rai 2, magari durante una trasmissione di Porta a Porta. Perché nella sua esperienza:

  • Le relazioni finiscono con un ghosting istituzionale (vedi il padre)
  • I conflitti si ufficializzano con un post virale (vedi Giambruno)
  • Le crisi devono avere un villain chiaro e un plot da soap opera

Mentre Washington e Bruxelles vivono la loro Elegia di un Addio – fatta di dazi, gasdotti , Ukraina e Groenlandia – la Meloni aspetta ancora il dramma da Uomini e Donne. Non comprende che:

  1. I veri divorzi tra Stati non hanno bisogno di litigi plateali, per quanto Trump sia teatrale, o forse Circense.
  2. La fine di un'alleanza può annunciarsi con un silenzioso post su Signal.
  3. L'abbandono più costoso è quello che avviene per gradi, mentre tutti fingono che nulla stia cambiando

Forse, quando gli USA sposteranno definitivamente il loro sguardo verso la Cina – senza neanche degnarsi di un tweet di addio – capirà. Ma sarà troppo tardi: in amore come in geopolitica, chi aspetta la scena del tradimento per credere alla fine, ha già perso da tempo.


La Sindrome di Stockholm Atlantica: Meloni e l'Illusione dell'Eccezione

Tra summit e autoinganni: la strategia della struzzo in un divorzio già in corso

Giorgia Meloni continua a navigare i vertici internazionali con il sorriso composto di chi finge di non vedere l'evidente. Come una moglie che, nonostante il marito sbatta la porta ogni sera, insiste a preparargli la cena e aprire le gambe, sperando in un miracolo, la Presidente persiste nella sua performance dell'alleanza indistruttibile.

Un atteggiamento che rasenta il patetico quando:

  • JD Vance definisce gli europei “parassiti” senza distinguo ma lei pensa l' Italia sia un'eccezione.
  • Trump minaccia regolarmente l'abbandono della NATO
  • I dazi colpiscono l' Italia come schiaffi premeditati

Eppure lei, unica tra i leader UE, si ostina a recitare la parte della figlia preferita – come se gli insulti al continente non la riguardassero. È la dinamica classica della vittima che:

  1. Si convince di essere l'eccezione (“Noi italiani siamo diversi”)
  2. Minimizza gli abusi (“Sono solo parole”)
  3. Continua a pianificare un futuro già morto (“Prossimo vertice a...”)

La sua è la posizione tragica della bambina che – mentre i genitori si scannano per l'affidamento – chiede ingenuamente quando si tornerà a Disneyland. Peccato che in questa metafora:

  • La Disneyland è la NATO ormai svuotata di senso
  • I genitori sono USA e UE che si dividono i beni
  • Lei resta l'unica a non voler accettare che il matrimonio è finito

Epilogo amaro: quando finalmente capirà, non resterà nemmeno la consolazione di poter dire “Io ve l'avevo detto”. Perché in questa tragedia greca, il coro sta già cantando da anni – lei sola si tappa le orecchie.


La Sindrome della Moglie Atlantica: Meloni e l'Arte di Non Vederci con chiarezza.

Tra viaggi a Pechino e illusioni di rivalsa: il triste balletto di chi non sa stare sola

Giorgia Meloni, nel suo maldestro tentativo di giocare la carta cinese, ha scoperto amaramente ciò che tutte le ex-mogli sanno: per il nuovo pretendente, resterai per sempre “la moglie di quel tizio”. Quel cortese “restiamo amici” di Pechino è stato l'equivalente diplomatico del messaggio di cortesia che si manda per non apparire maleducati, non certo una dichiarazione d'interesse.

Eppure, persiste nell'autoillusione tipica di chi: – Vieta ai media di parlare del divorzio in corso (come quelle coppie che nascondono la separazione “per il bene dei figli/NATO”) – Si aggrappa al mito che “Trump passerà” (l'equivalente politico di “è solo una crisi passeggera”) – Ignora l'evidenza che gli USA sono ormai un partner a giorni alterni (leali con i Democratici, ostili con i Repubblicani)

Che razza di alleanza è mai questa, dove: 1. Il partner minaccia regolarmente di lasciarti 2. Ti insulta pubblicamente 3. Pretende pagamenti sempre più salati 4. Eppure tu continui a preparargli la cena?

La cruda verità: – Pechino l'ha già archiviata come “l'ex di quell'altro” – Bruxelles la considera la moglie succube – Washington la tratta come la compagna di cui ci si vergogna

E mentre lei sogna ancora riconciliazioni, la realtà è che: – Gli USA hanno già cambiato la serratura (vedi dazi, IRA, Groenlandia) – L'Europa sta già cercando casa nuova (autonomia strategica) – Lei resta l'unica a controllare ossessivamente il telefono, sperando in un messaggio che non arriverà mai.


L'Ultimo Atto: In Attesa del Grido Liberatorio

La Tragicommedia dell'Autoinganno e il Futuro Ineluttabile

Tutti conosciamo quel momento cruciale in ogni relazione morente: l'istante in cui qualcuno finalmente pronuncia le parole che tutti aspettavano – “Basta. Finiamola qui.” Nel divorzio transatlantico, questo epilogo è ormai questione di tempo. Resta solo da chiedersi:

  1. Chi avrà il coraggio di essere il primo a dichiarare ufficialmente morto ciò che già giace in stato vegetativo?
  2. Quando esattamente il calcolo dei costi-benefici supererà la forza dell'abitudine?
  3. Come reagirà Meloni all'inevitabile – con un ultimo, patetico tentativo di “cenetta riconciliativa” o con un tardivo risveglio?

La Presidente italiana incarna perfettamente la sindrome della moglie sacrificabile:
Negazione (“Sono solo capricci”)
Auto-umiliazione (“Se mi impegno di più...”)
Feticismo del gesto vuoto (vertici, strette di mano, foto di gruppo)

Mentre il mondo osserva questa agonia con un misto di incredulità e imbarazzo, la verità è che:
Nessun futuro potrebbe essere più umiliante del presente (dazi, insulti, ricatti)
Nessuna cenetta potrà mai sostituire ciò che non c'è più (fiducia, rispetto, visione comune)
Nessun tweet potrà annullare la realtà (l'America è già altrove)

La vera domanda non è se arriverà il divorzio, ma se Meloni – quando finalmente accadrà – sarà ancora sufficientemente rilevante per meritarsi un posto al tavolo della divisione dei beni. O se, come spesso accade alle mogli lasciate, si ritroverà a litigare per le briciole mentre gli altri decidono il futuro del patrimonio.

Post Scriptum: Le relazioni finiscono sempre nello stesso modo – prima con un pianto, poi con un avvocato. In geopolitica, piuttosto che fazzoletti, serviranno trattati. Ma il risultato non cambia: quando l'amore se ne va, restano solo i conti da pagare.

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Uriel Fanelli


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